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Chana Masala

mercoledì 25 settembre 2013
Chana Masala

Sono ceci. Cotti.
Cotti e ripassati dentro a una salsa vagamente pomodorosa e piccantissimissima.
Epperò lasciatemelo dire, questi sono dei signori ceci, inimitabilmente goderecci, umili naviganti sopra a un mare rosso di spezie, lussurioso, profondo, e beatamente tempestoso.
Impreziositi da una lista di spezie lunga da qui a Porbandar, ecco che questi ceci mi diventano una realtà alternativa, un mondo misterioso e accogliente, un rifugio del cuore e del palato.
Il mio consiglio è: non fatevi intimidire. Ok, le polveri sono tante e forse difficili da scovare, forse vi faranno correre da un lato all'altro della città, forse vi faranno perdere la pazienza e magari pure mezza giornata; ma forse vi faranno anche esplorare angoli nascosti, scoprire la magia di nuovi colori traboccanti di vita, o capire la bellezza dissimulata dentro ai nostri enigmi.
Se siete nel dubbio, ma anche no, just do it. Compratele, tutte. Perché ne vale la pena. Perché a qualcuno piace caldo.
Just do it. E dite pure che vi ho mandato io.

Spices


Chana Masala
per 4-5 persone

ceci secchi 300 gr
cipolla 1 grande
pasta di aglio e zenzero 3-4 cucchiai
jalapeño fresco 1
semi di cumino 1 cucchiaio
coriandolo in polvere 1 cucchiaio
polvere di mango 1 cucchiaio
pepe di cayenna 1 cucchiaino
curcuma 1 cucchiaino
paprika 2 cucchiaini
cumino in polvere 2 cucchiaini
garam masala 1 cucchiaino
concentrato di pomodoro 2 cucchiai
limone 1
olio, sale, cilantro fresco q.b.

Mettere a bagno i ceci per circa 6-8 ore. Sciacquarli, coprirli di acqua e cuocere a fiamma media per circa 1 ora e 1/2 o 2, fino a quando sono teneri. Scolarli e tenere da parte una tazza della loro acqua di cottura.
Scaldare in una pentola 3 cucchiai di olio, farvi tostare i semi di cumino per qualche minuto, quindi unire la pasta di aglio e zenzero (se non la trovate, vanno bene anche 2 spicchi di aglio e un bel po' di zenzero tritati finissimi; se però avete la fortuna di avere un negozio di spezie e prodotti indiani vicino casa, o anche a 45 minuti di corsa da voi, vi consiglio l'alternativa), la cipolla e il peperoncino tritati e cuocere per circa 5 minuti. Aggiungere il resto delle spezie, poi l'acqua dei ceci tenuta da parte, il concentrato di pomodoro e far cuocere per qualche minuto ancora. Se necessario, aggiustare il sapore.
Unire i ceci, far cuocere per 10 minuti e alla fine aggiungere il succo del limone e una spolverata di cilantro fresco tritato.
A piacere, servire con del riso basmati. Ma anche no.
w.v.<3


Chana Masala


Pesto di Pistacchi con Aglio Arrostito al Forno

giovedì 13 giugno 2013
Pesto di Pistacchi

Give me songs
to sing
and emerald dreams
to dream
and I'll give you love
unfolding.

~ Jim Morrison

Certo che dopo un'introduzione così, alla Jim Morrison, a me resta ben poco da dire.
Potrei forse parlarvi del profumo del basilico, universale indizio d'estate, potrei srotolarvi il filo dei miei pensieri e spiegare come è che si sia annodato ai pistacchi; potrei dilungarmi sulla ritrovata gentilezza dell'aglio arrostito, prova inconfutabile dell'innata bontà dell'universo, oppure ancora potrei scrivere un mezzo trattato sul colore verde e sul pesto vegan.
O magari potrei cogliere l'invito di Jim e partire per la mia tangente, parlandovi dei sogni smeraldati, del senso della vita prima e dopo il pesto, dei film in bianco e nero, dei finali a sorpresa o delle canzoni di fine primavera.
E invece don't panic, non ci sarà niente di tutto ciò. Oggi preferisco (quasi) tacere e affidare invece il mio post alle parole di Jim, alle mie foto e al colore verde di questo pesto, augurandovi un weekend un po' rock e un po' roll.
Io dal canto mio esco a fare due passi e vado fino in Costarica, a ritrovare il mio verde e l'energia perduta per strada.
Che il pesto sia con voi fino al mio ritorno. Se torno.
Besos.

Roasted Garlic, Basil and Pistachios


Pesto di Pistacchi
con Aglio al Forno

per 2 vasetti
pistacchi 75 gr
anacardi 25 gr
aglio 6 spicchi
limone 1/2
basilico 1 mazzo abbondante
olio extra vergine 70 gr
sale, pepe q.b.


Basil and Pistachios

Per prima cosa arrostire gli spicchi d'aglio: metterli in una teglia ancora con la buccia, condirli con un cucchiaio di olio, sale e pepe e infornarli a 180 per circa 40 minuti, finché si sono ammorbiditi. (Ora, ammetto che la suddetta operazione pare eccessiva per sei miseri spicchi d'aglio, quindi vi suggerisco due alternative: o raddoppiate, ma che dico?, triplicate le dosi del pesto, oppure, come nel mio caso, arrostite spicchi d'aglio a volontà, perché giuro che sono buonissimi, spalmati sul pane una vera goduria, e se non ne fate in abbondanza ve ne pentirete, siate avvertiti...).
Mettere nel mixer (o nel mortaio per i tradizionalisti) i pistacchi, gli anacardi e gli spicchi d'aglio cotti e sbucciati. Frullare fino a quando si ottiene una granella piuttosto fine. Aggiungere abbondanti foglie di basilico, succo di limone, sale e pepe e frullare ancora. Alla fine unire l'olio poco per volta finché si ottiene un pesto cremoso e abbastanza fluido. Invasare, coprire con dell'altro olio e conservare in frigo.
A chi mi chiede ma il parmigiano?, mi sento di dire che il parmigiano nel pesto è una solo una fantasticheria moderna, si può fare benissimo senza; e in ogni caso, a scanso di equivoci, ho aggiunto se notate una manciata di anacardi, che daranno al vostro pesto quel giusto tocco di parmigianosità cremosità.
Yes you can do it, too.
w.v.<3


Pesto di Pistacchi


Pizza Senza Impastare con Melanzane, Zenzero e Basilico

lunedì 3 giugno 2013
No Knead Pizza

Give me your tired, your poor,
Your huddled masses yearning to breathe free,
The wretched refuse of your teeming shore.
Send these, the homeless, tempest-tossed to me,
I lift my lamp beside the golden door!

Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
Le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere,
I rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,
E io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata.


~ Emma Lazzarus, The New Colossus, sonetto iscritto alla base della Statua della Libertà


Un racconto. Perché non sono solo quegli altri, gli immigrati che fanno paura.

Era riuscita a vendere due piatti, il candelabro e uno scialle ricamato, in cambio di una valigia verde e un paio di scarpe spesse e comode per me. Prima di imbarcarci, mia madre accese un cero a San Giuseppe, e pregando sottovoce gli chiese di accompagnarci almeno fino all'uscita da quell'isola di lacrime.
Era così che la chiamava lo zio; aveva affrontato il viaggio già tre volte e in paese si diceva che avesse fatto fortuna: non viveva più come un topo sottoterra, aveva una stanza sua affacciata sulla strada, e soldi quanto basta per comprare olio, pane fresco, e la domenica d'estate andare in spiaggia a Coney Island.
Quando tornò l'ultima volta era diverso, portava il cappello e la barba in ordine, ma aveva l'aria stanca e piena di malinconia. Dentro gli si leggeva lo stesso miscuglio di ostinazione e orgoglio che l'aveva spinto ad andare via, forte più del richiamo del mare e dell'odore dei limoni fra gli scogli. Era venuto per portarsi dietro i figli con la promessa di un futuro, e aveva finito col trascinare con sé anche mia madre, vedova da anni e senza nulla da perdere.
La traversata fu lunga e fastidiosa; io e Cece dormivamo insieme su un materasso sporco, soffocati dal sudore della gente ammassata lì intorno. Per sopravvivere, ripensavamo ai pomeriggi in strada a giocare a palla a piedi scalzi, domandandoci se in questa Brooklyn avremmo trovato amici a sufficienza per fare una squadra di sei, col portiere.
Scendemmo a Ellis; uomini in divisa scuri in volto ci ordinarono di stare in fila, mentre noi, addossati l’uno all’altro con lo stomaco gonfio di fame e di paura, intuivamo da lontano le lusinghe di Signora Libertà. Qualcuno, forse per la barba lunga o un lampo di follia negli occhi, veniva spinto indietro e sommerso di vergogna. Lo zio ci aveva messo in guardia: Ellis non perdona, aveva detto, ma nelle lunghe notti di quel viaggio per mare ci aveva riempito il cuore di speranza. Ancora storditi dall'oceano, ci tormentarono con domande misteriose, scrivendo il nostro destino su un documento bollato e andando alla ricerca di colpe, donne incinte e mostruose malattie.
Sotto la bandiera a strisce vidi Cece l'ultima volta, in mezzo all’ansia della folla affamata e rumorosa. Un medico impietoso gli marchiò la giacca con una lettera bianca, e due braccia indifferenti lo trascinarono dentro a uno stanzone che puzzava di polvere e minacce: l'avrebbero costretto a reimbarcarsi sulla stessa nave da cui era sceso, incriminato da una malformazione agli occhi che non gli valeva l'ingresso.
Trascinando la stanchezza verso il futuro a noi aperto, sentii un dolore al ventre, rapido e secco come una frustata a pelle nuda. Alzai lo sguardo a mia madre, fragile e impaurita, e pensai: è questa La Merica dei sogni, sarà così il nostro nuovo mondo?


No-Knead Vegan Pizza


Pizza Senza Impastare*
con Melanzane, Zenzero e Basilico

per 4
Per l'impasto
farina 500 gr
sale 16 gr
lievito secco 1 gr
zucchero 1 cucchiaino
acqua 350 gr

Per farcire
polpa di pomodoro 1 barattolo
melanzane giapponesi 2
zenzero fresco grattuggiato 2 cucchiaini
aglio 1-2 spicchi
sale, pepe, peperoncino, olio, basilico q.b.

No-Knead Vegan Pizza

*La prima pizzeria degli Stati Uniti fu aperta a New York nel 1905 da Gennaro Lombardi, emigrato da Napoli alla fine del secolo. Quella che segue è la pizza senza impastare di Jim Lahey e della sua Sullivan Street Bakery; la ricetta l'ho presa e adattata da qui.

Mescolare in una ciotola farina, lievito, sale e zucchero. Aggiungere l'acqua e mescolare con un mestolo di legno o con le mani, solo fino a quando l'impasto è appena amalgamato. Coprire con un canovaccio e far lievitare a temperatura ambiente per circa 18 ore, finché è più che raddoppiato.
Rovesciare l'impasto sul ripiano infarinato, dividerlo in quattro parti e lavorare ciascun pezzo come segue: prendere il lato destro della pasta e piegarlo verso il centro; poi fare lo stesso col lato sinistro, e con le due estremità sopra e sotto (l'ordine non ha importanza, ciò che importa è avere quattro pieghe). Dargli quindi la forma di una palla e poi rovesciarla in modo che la piegatura sia rivolta verso il basso. Con le mani a coppa, modellare l'impasto ruotandolo e tirando leggermente verso il basso, in modo da avere una palla tonda e con la superficie levigata. Fare lo stesso con gli altri pezzi, quindi infarinarli leggermente in superficie e coprirli con un canovaccio. Lasciar riposare per un'altra mezz'ora.
Trascorso il tempo necessario, prendere ciascun pezzo, infarinarlo e schiacciarlo leggermente, tirandolo da ogni lato fino a formare un disco di circa 15/20 cm. Sempre usando le mani, o facendolo roteare sulle nocche, allargarlo fino a che si ottiene una base sottile di circa 25 cm di diametro.
A questo punto la pizza è pronta per essere farcita a piacere. Si cuoce sulla pietra refrattaria preriscaldata, a 250 per circa 20 minuti.
Come al solito, tutto ciò è molto più facile a farsi che a dirsi; ma fidatevi, è davvero molto semplice, e un piccolo video-spiega si può trovare qui.
La mia pizza, se siete proprio proprio curiosi di sapere, è un moderno melting pot, un po' eretico e un po' clandestino, in perfetto stile da immigrato: passata di pomodoro insaporita con sale, aglio a fette, zenzero grattuggiato e peperoncino messicano, fette di melanzane giapponesi grigliate, e per finire qualche foglia di basilico thai e un giro di olio toscano.
w.v.<3


Broiled Japanese Eggplant


Harissa Homemade

sabato 1 giugno 2013
Harissa

Regalami un po' del tuo tempo, uno sguardo all'orizzonte e un ricordo. Ogni giorno e per sempre.
Io ti offrirò un sorriso, un po' di luce sulle mie ombre e qualcosa di rosso. Ogni giorno e per sempre.

~ Anonimo

Vorrei essere capace di descrivere i colori a un cieco, saper parlare del bianco, dell'argento e del blu, o del verde, il nero e il giallo, farli vivere anche senza luce e conficcarli per sempre sotto la pelle e dentro agli occhi; vorrei riuscire ad afferrare il loro segreto, capirne il mistero e l'enigma e poi regalare la risposta a chi non la sa.
E allora mi chiedo, di che colore sarà, il colore rosso? Caldo e forte come una scossa improvvisa che ti attraversa lo stomaco, è il colore del peccato, di una mela proibita, e di quei capelli arruffati da ragazza quasi perbene. Brucia, a volte, come una passione malata, una croce e del sangue versato sui marciapiedi impazziti. È esuberante come la porpora e morbido come il velluto, positivo come un nuovo inizio e un orizzonte pieno di speranza. È il colore del lunedì, sicuro, dritto e un po' rampante.
Ma rossi sono anche i mattoni e le crepe delle case in collina, nella cornice sbiadita della mia memoria, i pomodori d'estate sotto il sole, un letto di papaveri che ti ci vuoi tuffare, il profumo della terra e le mani sporche di semplicità.
Il rosso per me è l'unico vino, denso di frutta e inebriante d'amore e di serenità. Rossa la verità, quel sentimento che urla e che soffoca, ma a volte inatteso restituisce la vita.
Rosse e lucide sono le scarpe che avrei sempre voluto portare, un filo di trucco che ti ha fatto un giorno innamorare, e alla fine quel fiore che non abbiamo più avuto il coraggio di scambiare.
Vorrei essere capace, riuscire a spiegare tutto il rosso che mi porto dentro e non sai. Vorrei.


Red Chili Peppers

Harissa Homemade*
per 2 vasetti

peperoni rossi, medi 3
semi di cumino 1/2 cucchiaino
semi di carvi (cumino tedesco) 1/2 cucchiaino
semi di coriandolo 1/2 cucchiaino
cipolle rosse, piccole 2
aglio 6 spicchi
peperoncini rossi piccanti 4
olio extra vergine 1 cucchiaio
concentrato di pomodoro 1 cucchiaio colmo
succo di limone 4 cucchiai
sale 1/2 cucchiaino


Spices


*Questa arriva sempre da lui, Plenty, così pieno di rosso, giallo, verde, così ricco di ricette veg, ma non troppo. Avanti, ditelo che già vi piace.

L'harissa è una salsa speziata e piccante tipica di alcuni paesi del Nord-Africa (Tunisia, Algeria, Libia, Marocco), si usa per accompagnare le verdure grigliate, la carne (noooooooooooooooooooooooooooooooo!!), o piatti a base di riso o couscous. Ma a casa mia si mangia anche a cucchiaiate col pane...
Sbucciare i peperoni facendoli arrostire a vivo sulla fiamma del gas, chiuderli per qualche minuto in un sacchetto di carta, quindi eliminare la pelle ed i semi. Tagliarli a pezzi e tenerli da parte.
Tostare in una padella calda i semi di cumino, carvi e coriandolo, quindi tritarli nel mixer fino a ridurli in polvere.
Tritare grossolanamente aglio e cipolla, e farli soffriggere per qualche minuto in una padella con un cucchiaio di olio. Unire i peperoncini puliti, privati dei semi e tagliati a pezzi. Cuocere a fuoco medio per circa 8-10 minuti fino a quando assumono un colore ambrato. Far leggermente intiepidire, quindi frullare il composto insieme a peperoni arrostiti, spezie in polvere, concentrato di pomodoro, succo di limone e sale, finché si ottiene una crema omogenea e priva di grumi.
Si conserva in frigo per qualche settimana e si usa per amore.
w.v.<3

Harissa Spoons

Agua Fresca alle Fragole

martedì 9 aprile 2013
Strawberry Agua Fresca


la gente
i suoi sguardi
il profumo del mare
ho bisogno dei fiori e dell'erba
del grano, del sole.
zucchero e fragole
luna, vento, lettere e colori.
ho bisogno delle idee
delle parole
del suono dei sorrisi,
di condividere una notte
o dipingere l'inverno,
ho bisogno dell'amore fraterno
del vino del latte e del sale.
la sento scoppiare da dentro
questa voglia, miraggio di vita
mi soffoca e disseta
brucia
mi consola
~ Anonimo al muro, Fragole in Inverno


Strawberries

Agua Fresca alle Fragole
per 4 persone

fragole, al netto 600 gr
acqua 750 ml ca.
lime 2
zucchero 3-4 cucchiai

Lavare le fragole, eliminare il picciolo e frullarle bene finché sono ridotte a purea. Passarle attraverso un colino a maglie fitte e scartare i semi. Aggiungere l'acqua, il succo dei lime e lo zucchero, e mescolare bene fino a quando lo zucchero si è completamente sciolto. A piacere, unire qualche foglia di menta fresca o basilico. Servire la bevanda fredda, possibilmente nel mezzo di una giornata di sole.

Vintage Straws and Colander

Ricciarelli (Vegan)

giovedì 4 aprile 2013
Ricciarelli Vegan

Ci sono delle cose che a pensarle ti si frolla il cervello, il cuore lievita come un bignè, e le ginocchia iniziano a sfogliare come neanche l'impasto dei croissant.
A me almeno succede così quando ad esempio mi concentro sul cielo infinito sopra di noi, quando vedo le stelle che sembrano in diretta streaming e invece penso che non ci sono più e la luce l'avevano sparata milioni di anni fa. Cosa sono questi milioni di anni fa? Come fa la nostra mente a concepire una grandezza del genere senza che i neuroni si spacchino a metà come pistacchi?
L'infinito del tempo e dello spazio, come si fa a digerirlo? Se mi concentro fissa su questo pensiero, se lo arrotolo dentro a una sfoglia e lo mando giù a morsi, mi sento un po' svenire. Mi gira la testa proprio come se avessi mangiato troppa liquirizia, o succhiato tutti i mirtilli dentro alla grappa, mi sento il concetto dentro che fa fatica ad andare giù, ingombrante e raggrumato come le lasagne al ragù di vostra cognata. Però al tempo stesso quella sensazione di smarrimento provocata da un'idea più vasta di noi, quel senso di ubriachezza e anche un po' di indigestione, a masticarli per un po', stranamente prendono un sapore dolce, sereno e rassicurante come la primavera sul Mar Tirreno; a tastare la lingua certi pensieri non fanno più paura, e sembrano piuttosto uno di quei cocktail zuccherini e un poco alcolici, di quelli con la fetta d'arancia dentro, capaci di disinibire il cuore e aprire la strada a tutte le possibilità.
Lo stesso groviglio denso e caramellato mi spunta dentro se penso a dove è che nascono le idee, la musica, un dipinto; come è possibile ad esempio che sto scrivendo tutto questo impiastro di parole quando un minuto fa non esisteva; se provo a immaginare dove è che alloggiano le cose prima che noi diamo loro una forma concreta e godereccia; se penso a quanta musica, quanti film, canzoni o passi di danza, quante poesie e quanti libri non sono ancora stati scritti, e se ne stanno lì buoni buoni ad aspettare che qualcuno li inventi, galleggiando sopra di noi nello spazio infinito.
Oppure quando penso a quelle divisioni che danno per risultato tre periodico, un numero infinito che si ripete ogni volta più piccolo ma per sempre; mi viene da dire che certe cose evidentemente non le puoi proprio dividere, come le stelle filanti dai rami dell'albero di Natale, il lecca-lecca dal suo manico di legno, o due innamorati che si pensano fra loro, sparandosi energia collante dall'Alaska a Marrakesh, e che anche quando dicono ormai di non amarsi più, si porteranno sempre dentro quell'atomo di eterno condiviso.
Se penso al Π (pigreco) poi, mi sembra che tutta la mozzarella del mondo mi si sciolga dentro, fondendo per sempre ma senza raggrumarsi mai. Io non l'ho mai capito davvero il pigreco, già alle medie mi causava un pericoloso mancamento. Ma Luca matematico qualunque un giorno mi spiegò che dentro al pigreco, ovvero sia dentro all'area di un cerchio perfetto come una bolla di sapone, pare siano contenute tutte le serie di numeri possibili. Tutte. Il che vuol dire che dentro a un Π ci starebbero le sequenze dei DNA di tutto il mondo, quelle di ieri, di oggi e di domani, da Napoleone a Totò a Irene Pivetti; e che dentro allo stesso Π ci starebbero anche tutti i codici binari dell'universo, inclusi quelli di un'immagine in jpeg raffigurante me stessa che sposo Johnny Depp, o Angelina Jolie che viene a farsi un panino imbottito al bar del Corso. In parole povere, tutto il possibile potrebbe essere racchiuso dentro a una cosa tonda come la pizza margherita. Ditemi voi se non è roba da pazzi questa.

Scusate ho divagato, io ero venuta qui solo per presentare i miei ricciarelli vegani, ma certe cose mi prendono per le caviglie, ed è più forte di me. Non è colpa mia se questi pensieri mi saltavano per la testa proprio stamattina, mentre dal caldo del forno i suddetti biscotti sparpagliavano per casa il loro aroma mandorlosamente inebriante. Mi hanno come narcotizzata e così ho iniziato a pensare. Ho pensato alla rotondità del mondo, alle cose che girano, che vanno e che tornano, ho pensato alle coincidenze e al destino che infilano un vestito a pois o un pellicciotto rosa dentro a una vetrina, e noi ci avviciniamo a guardare perché ci piacciono proprio i vestiti a pois e i pellicciotti rosa ed è in quel momento che uno sconosciuto ci chiede dove è la stazione del tram, e poi e poi le cose succedono perché dovevano succedere esattamente così, per colpa di un vestito a pois. E ho pensato che i ricciarelli io li avevo assaggiati solo da bambina, proprio a Siena, quando facevamo tappa di ritorno dal mare, girando l'Italia su un maggiolino tutto scassato, in compagnia di un gatto, un cocker spaniel e un mangianastri. E poi bum, i ricciarelli li ho dimenticati in fondo alla testa, come a volte si dimenticano tutte le cose belle che ci sono successe, perché coperte e un po' schiacciate dalla fretta degli altri pensieri.
E poi sono venuta in California e io ai ricciarelli mica ci pensavo l'altro giorno quando sono andata a prendere il pane giù nella Mission, io pensavo farò un gazpacho e mi serve del pane da tagliare a cubetti perché un gazpacho senza i cubetti tostati che navigano dentro non è mica tanto bello... e invece eccoli là, tutti in fila, bianchi, inzuccherati e bellissimi, profumati e pieni di crepe proprio come li avevo salutati l'ultima volta dentro alla mia memoria. Questo - pensavo stamattina a fine cottura - deve essere stato proprio l'effetto della rotondità del mondo, le cose che girano e girano per tornare sempre a noi, uguali a prima ma un po' diverse. E il ricciarello vegano invece - riflettevo stamattina al momento del caffé - deve essere proprio causato dal pigreco, non c'è dubbio. Dentro alla rotondità perfetta del pigreco tutto è contenuto e tutto è possibile, io che divento una Mrs Depp e questo biscotto che si trasforma in un ricciarello vegano. Allo stesso modo, il Π mi fa pensare che magari fra decine, centinaia di anni il Neo-Ricciarellismo di stampo vegan sarà l'unica filosofia possibile, alla base di un mondo dolciario diverso, più giusto, più tenero e molliccio.
Perché, modestia a parte, questi biscotti spaccano come la dinamite. Spaccano e inteneriscono. E credo proprio che alla prova dell'assaggio bendato, i neo-ricciarelli riuscirebbero a ingannare anche Dante, Topolino, Del Piero e Gesù. Perché tutto è possibile, dentro a questo Π infinito della pizza margherita.


Making Ricciarelli

Ricciarelli (Vegan)
per circa 16 biscotti

farina di mandorle 300 gr
zucchero semolato finissimo 250 gr
zucchero a velo 100 gr
arance 2
lievito per dolci 1 cucchiaino abbondante
fecola di patate 2 cucchiaini
amido di tapioca 1 cucchiaino
acqua 2 cucchiai
estratto di mandorla 2 cucchiaini
zucchero a velo per spolverare q.b.


Knives and Sifter

In una larga ciotola, mescolare farina di mandorle, zucchero semolato e zucchero a velo. Unire la scorza grattuggiata delle arance e il lievito e mescolare bene.
A parte mescolare fecola, amido e acqua e montare leggermente (nota vegan: questo composto serve a sostituire le chiare d'uovo che andrebbero nella ricetta "normalizzata"). Unire il composto al mix di farina e zucchero insieme all'estratto di mandorla, e lavorare come si fa con la pasta frolla, fino ad ottenere una palla omogenea e compatta.
Formare con l'impasto delle losanghe lunghe circa 6/7 cm e spesse 1, rotolarle nello zucchero a velo, quindi disporle su una teglia rivestita di carta forno.
Lasciar riposare i biscotti per circa 12 ore, quindi cuocerli a 140 per circa 25/30 minuti fino a quando sono leggermente dorati. Sulla superficie si formeranno delle crepe, e i ricciarelli, anche quelli vegan, saranno croccanti fuori ma mandorlosissimamente morbidi all'interno.


Ingredienti


Granola

martedì 2 aprile 2013
Granola

Noi corriamo sempre in una direzione
ma quale sia e che senso abbia chi lo sa...

~ Francesco Guccini, Incontro

Mi chiamo L., ma per gli amici sono LupoCheCorre.
Ho iniziato per caso un pomeriggio d'estate, avevo dodici anni non ancora compiuti e la pelle coperta di rugiada. Alle sei e trenta di una domenica di luglio, ho preso a calci la porta e ho iniziato a seguire la direzione del vento. Mi sono trovata quel giorno per strade deserte e sentieri umidi di lacrime e pioggia, attraversando il rosa del cielo al tramonto e il profumo dell'erba appena colta. Io correvo appresso ai sogni e alle nuvole per sfuggire alle offese, e cercavo riparo contro la paura di essere e quella mia rabbia quasi adolescente.
Ho corso poi dopo per un tempo che sembrava infinito, in mezzo a baci furtivi e colpevoli, domeniche consacrate alla festa e amicizie esclusive giurate per sempre. Ho corso per noia, per futilità e per vergogna, inseguendo un odore di rivolta che non ci apparteneva più.
Ho corso attraverso i vent'anni, nel cuore portavo un unico ricordo sempre troppo vicino, e in testa eterne fantasie di libertà. Ho corso sulle note di un violino stonato e sui versi di poesie recitate alla luna, fantasticando su un futuro romantico che corrispondesse alla mia realtà.
Ho corso da sola e di notte per fuggire ai fantasmi e agli specchi; io, che mai nessuno aveva visto far tardi, confondevo e mischiavo così buio ed aurora. Ho corso sul ghiaccio d'inverno per mascherare quel freddo che saliva da dentro, e dalle labbra gelate soffiavo via l'insicurezza e l'orgoglio. Ho corso per dimenticare, seppellire e perdonare; ho corso per riscatto, devozione e rinuncia.
Un giorno poi ho corso per 26 miglia filate, con i polpacci rigidi di fatica e la mente impaurita dal muro e dal cemento. Ho corso da sola insieme a mille persone, quindici anni in pochi passi attraverso un pugno di quartieri, e quel giorno al traguardo ho trovato me stessa.

Diario di un(a) maratoneta per finta
New York, 7 novembre 2004


Granola Tray

Granola
per 8 persone

fiocchi d'avena 300 gr
mandorle a lamelle 100 gr
noci pecan (o noci, nocciole, anacardi) 100 gr
cocco disidratato 80 gr
zucchero di canna 60 gr
sciroppo d'acero 110 gr
olio vegetale leggero 40 gr
sale 1 cucchiaino raso
uvetta 125 gr


Granola


Tritare grossolanamente le noci pecan. Mescolarle ad avena, mandorle, cocco e zucchero. In una ciotola a parte, mescolare sciroppo d'acero, olio e sale. Versare gli ingredienti umidi sopra il composto di noci, e mescolare bene.
Disporre la granola su due teglie e cuocere a 120 per circa 1 ora e 15 minuti, mescolando spesso in modo che assuma un colore uniforme. Far raffreddare, poi unire l’uvetta.
Si conserva per settimane in un contenitore ermetico e si consuma come il muesli, con latte o yogurt, o sulla frutta.


Granola

La granola è energia croccante. Di primo mattino mette le ali ai piedi.
Parola di un lupo che corre.
w.v.<3

Lemon Curd

domenica 8 agosto 2010
Lemon Curd

Folgorazione n.1: il lemon curd e' buonissimo;
Folgorazione n.2: il lemon curd e' facilissimo;
Folgorazione n.3: il lemon curd e' velocissimo;
Folgorazione n.4: il lemon curd e' gia' finito!!

Lemon Curd
per due vasetti

uova 3
zucchero 150 gr.
succo di limone 80 ml (ci vorranno 2 o 3 limoni, a seconda della grandezza)
scorza grattuggiata di un limone
burro 60 gr.


Direttamente da The Joy Of Baking, con qualche modifica nel procedimento. Oh, what a lemon joy!
In un pentolino sopra un bagnomaria molto leggero, far fondere il burro con la scorza del limone. Aggiungere lo zucchero tutto in una volta, mescolare rapidamente finche' e' bene amalgamato, quindi unire le uova leggermente sbattute e il succo di limone. Mescolare e continuare a cuocere dolcemente finche' la crema si addensa. Ci vorranno circa 15-20 minuti. Togliere dal fuoco e passare attraverso un colino a maglie fitte, per eliminare la scorza di limone ed eventuali grumi. Coprire con pellicola e lasciare raffreddare.
Si tramanda che il lemon curd si puo' mantenere in frigo per circa 10 giorni....

P.S: per chi si fosse preoccupato, schersssavo, il mio lemon curd e' solo "tecnicamente" finito. Vietato toccare, la sua fine l'ho gia' decretata. Alla prossima puntata.

I wonder how, I wonder why
Yesterday you told me 'bout the blue blue sky
And all that I can see is just a yellow lemon tree.
(Fools Garden, Lemon Tree)

Salmone Affumicato Fai Da Te

mercoledì 12 maggio 2010
Salmone Affumicato Fatto in Casa

Mai pensato di farvelo da voi? Nemmeno io, almeno fino a due giorni fa, quando, di ritorno da un sabato a Big Sur e dalla sosta di rito alla Big Sur Bakery, di cui vi avevo gia' parlato qui, ho rispolverato una vecchia conoscenza. Per la prima volta, sbirciando tra meravigliose foto e squisitezze irriproducibili, non mi sono lasciata tentare da scones, biscotti e dolcetti vari, e l'occhio mi e' caduto invece sulla descrizione di questo procedimento per preparare il salmone. E' di una facilita' estrema, sono sicura che se lo provate non lo abbandonerete piu'. L'unica avvertenza e' che non dura molto a lungo, un paio di settimane al massimo, quindi e' consigliabile non lasciarsi prendere la mano e scegliere un pezzo di salmone di dimensioni gestibili.

P.S: Ogni tanto e' davvero rincuorante constatare che tutti quei libri sugli scaffali hanno una ragione di esistere, ti fa quasi venire voglia di continuare la collezione all'infinito...
A questo punto, direi che qui ci vorrebbe un bagel. Oppure una bella vigilia di Natale.


Salmone Affumicato Fai da Te

trancio di salmone
(con la pelle e senza lische)

300 gr. circa
sale marino 350 gr. circa
zucchero 50 gr.
pepe nero in grani 1 cucchiaio
aneto q.b.


Pestare i grani di pepe nel mortaio. Mescolare sale e zucchero e mettere meta' del composto sul fondo di una teglia abbastanza larga da contenere il trancio di pesce. Disporre il salmone sopra la base di sale, coprirlo con il pepe e alcuni rametti di aneto e poi versare sopra il resto del sale, in modo che il pesce ne sia totalmente rivestito. Coprire la teglia con della pellicola e tenere in frigo per 2-3 giorni.
Il tempo di marinatura dipende dallo spessore del trancio. Dopo due giorni controllare se e' pronto: tastandolo al centro con le dita, deve risultare piutoosto sodo. In caso contrario, lasciarlo marinare ancora un giorno. Sciacquare il salmone molto velocemente, in modo da eliminare il sale, asciugarlo con carta da cucina e tagliarlo a fette molto sottili.

Nella mia versione extra-fluo, l'ho accompagnato a delle patate viola lessate e tagliate a fette, e l'ho condito con una salsina ai capperi (capperi, succo di limone e olio d'oliva battuti al mortaio). Ma, come accennavo sopra, la morte sua sarebbe sopra a un bagel tostato e spalmato di formaggio tipo Philadelphia, magari insieme a una fettina sottile sottile di cipolla rossa e due capperi...

Polvere di Agrumi

giovedì 25 marzo 2010
Polvere di Agrumi

Nel rush finale di questo inverno, sono anche io caduta nella rete di questa polvere colorata. Ormai e' cosi' diffusa che quasi quasi e' diventata noiosa.
Ah si, c'ho messo quella cosa la', la polvere di arancia, sai no?
Eppure il profumo e' cosi' incredibilmente buono che vorresti aggiungerla dappertutto, verdure cotte e crude, zuppe e insalate, pesce e carne, biscotti e creme pasticcere. Io per adesso la conservo come un piccolo tesoro, e ogni tanto ne sniffo un po' giusto per ravvivare la giornata. Un tiramisu arancione, pocket size.

Nel frattempo, colgo l'occasione per salutarvi e prendermi qualche giorno di pausa. Armata di questa pozione magica, ne approfitto per chiedere le ferie al mio stesso blog. Effetti collaterali della modernita'.

Ah, dimenticavo, la cosiddetta ricetta: prendere arance (o limoni) non trattati, lavarli e asciugarli per bene, quindi sbucciarli con il pelapatate, facendo attenzione a non prelevare la parte bianca - o meglio, a prelevarne il meno possibile. Disporre le scorze ottenute su una teglia coperta di carta forno, e farle seccare alla temperatura minima. Ci vorra' circa un'ora o un'ora e mezza. Quando sono diventate croccanti, polverizzarle al mixer e voila', la vostra polverina e' pronta per l'uso.

Concentriamolo. Il Brodo.

venerdì 19 marzo 2010
Concentrato Per Brodo Vegetale

Diciamo la verita', che il brodo di dado non sia il massimo lo sanno anche i sassi. Pero' davvero c'e' qualcuno che ha il tempo di prepararlo in anticipo ogni volta che si decide di fare un risotto? Chi e' senza peccato, scagli la prima pietra. Qualcun altro mi ricordera' che esiste pure l'opzione congelatore... solo che per me e' veramente impensabile. Il mio e' cosi' piccolo che i sassi, lui, li farebbe ridere.

La soluzione a questo dramma si e' presentata qualche giorno fa. Quando ho letto questo post, non ci ho pensato due volte. Finalmente anche per me si sono aperte le porte del regno dei foodblogger - il regno di quelli seri, intendo, quelli che sanno fare i bigne', hanno i coltelli affilati, il rigalimoni e una scorta di brodo fatto in casa sempre pronta. Mai piu' senza.

Note to myself: la ricetta viene da questo libricino, in uscita questa estate. Da prenotare assolutamente.


Concentrato per Brodo
per due vasetti

finocchi 100 gr.
carote 100 gr.
sedano 50 gr.
zucchine 50 gr.
pomodori secchi 15 gr.
porri 75 gr.
scalogni 50 gr.
aglio 1-2 spicchi
prezzemolo 40 gr.
coriandolo (o altre erbe a piacere) 20 gr.
sale 125 gr.


Ho dimezzato la ricetta rispetto a quella indicata da Heidi, e ho sostituito il sedano rapa con delle zucchine, il coriandolo con altro prezzemolo, basilico e alloro.
Lavare le verdure e tagliarle a grossi pezzi. Mettere tutto nel mixer e frullare fino a che si ottiene un impasto denso e piuttosto umido. Dividere il concentrato in due vasetti e conservarlo in frigo. Al momento di utilizzarlo, diluirne circa due cucchiai in ogni litro di acqua bollente.

Ricotta Fatta In Casa

martedì 23 febbraio 2010
Ricotta Fatta in Casa

Perdonate le licenze...ehm...poetiche.

[Segue Traduzione Italiana]
VINCENT: But you know what the funniest thing about Europe is?
JULES: What?
VINCENT: It's the little differences. A lotta the same shit we got here, they got there, but there they're a little different.
JULES: Examples?
VINCENT: Well, in Amsterdam, you can buy beer in a movie theatre. And I don't mean in a paper cup either. They give you a glass of beer, like in a bar. In Paris, you can buy beer at MacDonald's. Also, you know what they call a Quarter Pounder with Cheese in Paris?
JULES: They don't call it a Quarter Pounder with Cheese?
VINCENT: No, they got the metric system there, they wouldn't know what the fuck a Quarter Pounder is.
JULES: What'd they call it?
VINCENT: Royale with Cheese.
JULES: Royale with Cheese. What'd they call a Big Mac?
VINCENT: Big Mac's a Big Mac, but they call it Le Big Mac.
JULES: Le Big Mac. What do they call a Whopper?
VINCENT: I dunno, I didn't go into a Burger King. But you know what they put on french fries in Holland instead of ketchup?
JULES: What?
VINCENT: Mayonnaise.
JULES: Goddamn!
VINCENT: I seen 'em do it. And I don't mean a little bit on the side of the plate, they fuckin' drown 'em in that shit.
JULES: Uuccch!

[Versione Italiana]
VINCENT: Ma lo sai qual e’ la cosa piu’ divertente dell’Europa?
JULES: Qual e'?
VINCENT: Sono le piccolo differenze…Voglio dire, laggiu’ hanno la stessa merda che abbiamo noi, ma solo…solo che li’ e’ un po’ diversa.
JULES: E come?
VINCENT: Bhe, ecco, puoi entrare in un qualunque cinema di Amsterdam e comprarti una birra. E non sto parlando, che ne so, di un bicchiere di plastica, ma intendo un boccale di birra. E a Parigi, puoi comprare una birra da Mc Donald's. Sai come chiamano Un Quarto di Libbra con Formaggio a Parigi?
JULES: Non Un Quarto di Libbra con Formaggio?
VINCENT: Hanno il sistema metrico decimale, non sanno che cazzo sia un quarto di libbra.
JULES: E come lo chiamano?
VINCENT: Lo chiamano Royal con Formaggio.
JULES: Royal con Formaggio?
VINCENT: Gia'.
JULES: E come lo chiamano il Big Mac?
VINCENT: Bhe, il Big Mac e’ il Big Mac, ma lo chiamano Le Big Mac.
JULES: Le Big Mac? Ah ah ah…e come lo chiamano il Whopper?
VINCENT: Non lo so, non sono stato al Burger King. Sai cosa mettono sulle patatine in Olanda al posto del ketchup?
JULES: Cosa?
VINCENT: La maionese.
JULES: Bleah, che schifo!
VINCENT: Eh eh, gliel’ ho visto fare, amico. Cazzo, le affogano in quella merda gialla.
JULES: Bleah...

(J. Travolta & S. L. Jackson, Pulp Fiction, scena seconda; la versione italiana qui)

Ah, le piccole differenze. Che bello sarebbe un giorno poter andare a spasso con Vincent Vega e Jules Winnfield in quella vecchia Chevy in giro per Hollywood. Potremmo discutere per ore delle piccole differenze: le bibite ghiacciatissime, il burro salato, il caffe' nel bicchiere di plastica, il sandwich alla marmellata e burro di arachidi.
A tutto ci si puo' abituare, alla maionese con le patatine come al cappuccino triplo e senza schiuma (??). Ma la ricotta...ehm..., scusate ma su quella avrei qualche cosa da dire. La piccola differenza in questo caso diventa una voragine di gusto e cremosita'. Vincent, te lo giuro. Se Marsellus per caso ti rispedisce in Europa, sparati una dose di ricotta fresca, e poi ne riparliamo.
Io nel frattempo, in mancanza di meglio, mi consolo cosi'.


Ricotta Fatta in Casa
per circa 500 gr. di ricotta

latte fresco 2 litri
panna fresca da montare 1/2 cartoccio (120 ml circa)
aceto di vino bianco 5 cucchiai
sale un pizzico


A essere precisi, questa cosa non e' propriamente ricotta, dato che la ri-cotta (come dice il nome) dovrebbe ottenersi dalla seconda cottura del siero che rimane nella produzione del formaggio. Rimane il fatto che questa cosa e' davvero buona, ma soprattutto e' molto meglio di qualunque versione sia finora riuscita a trovare al supermercato.
In una larga pentola mescolare il latte con la panna, l'aceto e un pizzico di sale. Mettere sul fuoco a fiamma media e scaldare fino a che si raggiungono i 90-95 gradi (un termometro da cucina, ancora non ce l'avete?). Ci vorranno circa 40 minuti. Spegnere e lasciare riposare per circa 20 minuti nella stessa pentola, senza mai mescolare, in modo che il latte cagli e si rapprenda. Aiutandosi con un mestolo forato, trasferire delicatamente la ricotta in un colino a maglie fitte (meglio ancora se rivestito di garza) e lasciar scolare finche' raggiunge la consistenza desiderata. Aggiustare di sale e conservare in frigo.

Burro Fatto in Casa

venerdì 8 gennaio 2010
Burro Fatto in Casa

Quando ti girano fortissimissimamente, fai in modo che l'energia non venga prodotta invano. Fai come me e segui questo semplice consiglio.

Prendi un cartoccio di panna fresca di ottima qualita' (io me la sogno di notte, ma tu che puoi, procurati della panna fresca di malga, magari chiama Heidi, Peter, il Nonno, Fabio Volo, vedi tu...), anzi dato che ci sei prendine due di cartocci, versali tutti in una bella scodella e inizia a montare.
Gira, gira, senza paura, gira e sbatti con il mixer, la panna si monta come al solito, niente di nuovo, tu continua imperterrito. Gira, gira, gira e sbatti, ti prometto che a un certo punto la panna si stanca, si smonta e ingiallisce per la vergogna. E tu vai avanti, gira, gira, gira e sbatti, che gia' cominci a sentirti meglio. Gira e sbatti, vedrai che la tua panna tutta tronfia in realta' e' solo una facile bugia.
Presto, molto presto, la panna cede alla tua cocciutaggine - ma che dico? - si rompe proprio: da una parte i grumi di burro e dall'altra un liquido opaco che dicono sia latticello. Ah-ah! Due piccioni con una fava, meglio ancora.
Ci sei quasi. A questo punto scola pure il liquido, pero' mi raccomando, ricordati di immergere e sciacquare il burro piu' volte sotto l'acqua fredda finche' questa e' chiara e limpida, segno che lo stress, i giramenti e la neritudine della giornata sono stati lavati via.
E' fatta! Ora puoi prendere il tuo burro fra le mani e dargli un senso, fallo rotondo, rettangolare, cilindrico. Spalmalo sul pane con un po' di miele. Come dici? Non ti girano piu'?

Va bene cosi', ma prima di andartene, ricorda quest altro barbatrucco: il burro si puo' congelare. FIGHISSIMOOOOOO, no?

Nutella Nutellae

mercoledì 23 dicembre 2009
Nutella Fatta in Casa

Nutella omnia divisa est in partes tres:
Unum: Nutella in vaschetta plasticae.
Duum: Nutella in viteris bicchieribus custodita.
Treum: Nutella sita in magno barattolo (magno barattolo sì, sed melium est si magno Nutella IN barattolo).

(Caius Julius Ferrerus, ah no, scusate, R. Cassini, Nutella Nutellae)

Come erano belli i vecchi tempi, quando il mondo si divideva in due, di qua la Nutella, di la' il Ciao Crem. Ed era cosi' facile scegliere. Sia chiaro, il Ciao Crem ha tutto il mio rispetto, in fondo ce l'ha messa tutta cercando disperatamente di differenziarsi con due gusti di colore diverso, nocciola e cioccolato, insieme nello stesso barattolo. Ma nonostante Due Gusti: Due Baci, la Nutella e' rimasta sempre la regina indiscussa della merenda, prima promettendo energia per fare e per pensare con i suoi presunti ingredienti semplici e genuini; poi allietando i Nutella Rave Party dell'adolescenza quando, spalmata su maxi fette di baguette, veniva portata in trionfo in giro per il condominio; e infine arrivando confezionata in bicchieri di vetro riutilizzabili, che finivano con l'accumularsi senza vergogna a perpetuo ricordo della nostra dipendenza.

A casa mia esisteva perfino il barattolo da 10 kili, messo li' sullo scaffale davanti a tutti. Era la Nutella Sociale, chi entrava non poteva resistere alla sua chiamata. Saranno state le dimensioni spropositate del vaso, o la scritta NUTELLA in formato extra large, non so, sta di fatto che questa maxi confezione richiamava alla mente istinti primordiali e tutti prima o poi dovevano provare il brivido di affondare il cucchiaio (quando non era un mestolo) in un mare magno di Nutella di cui non si riusciva a vedere il fondo.

Quella che segue e' la versione casalinga della famigerata crema. Non sara' Nutella, ma ci siamo vicini. In fondo, se ci ha provato perfino il Ciao Crem...
Passate il pane, per favore. O magari la fetta di panettone, dato che siamo in periodo natalizio. Pero' attenzione, non garantisco sugli effetti collaterali.


Crema alle Nocciole e Cioccolato
(senza modestia, potremmo anche dire Simil Nutella)
per due vasetti medi

nocciole 130 gr.
cioccolato al latte 200 gr.
zucchero 120 gr.
latte parzialmente scremato 150 ml.
olio di semi 90 ml.


Per la ricetta mi sono basata su quella di Elena di Giovanni, passata tante volte sul forum di CI, e rifatta anche dalla mitica Paoletta, qui. Pero' ho usato cioccolato al latte invece che fondente, per ottenere un risultato piu' vicino all'originale, anche se magari meno soddisfacente per i puristi del cioccolato. E ho modificato le dosi di conseguenza (in sostanza, piu' nocciole e meno zucchero).

Tostare le nocciole in forno, lasciarle intiepidire, quindi eliminare la pellicina che le ricopre. Metterle nel mixer insieme a un po' di zucchero (preso dalla quantita' totale) e frullarle fino ad ottenere una polvere. Spezzettare il cioccolato. Versare tutti gli ingredienti in una pentola col fondo pesante, e metterla sul fuoco a fiamma bassa, facendo in modo che la crema non si scaldi troppo. Appena il cioccolato si e' fuso, dare un giro con il frullatore a immersione, per cercare di polverizzare il piu' possibile la granella di nocciole.
Tenere sul fuoco per altri 3 o 4 minuti, mescolando sempre, finche' la crema risulta omogenea. Versare la Simil Nutella ancora calda nei vasetti, e lasciarla raffreddare completamente prima di chiuderli.

La Stecca di Jim

lunedì 9 novembre 2009
La Stecca di Jim

Bhe, che avete capito? Stecca e' il nome che il mio amico Jim da' alla sua versione della baguette senza impastare. Non e' una baguette, non e' un filone, ne' tantomeno un grissino. E' una stecca, che altro se no?

Io questo Jim qui me lo sposerei domani, senza nemmeno andare a Las Vegas, lo sposerei proprio nel retrobottega di Sullivan Street Bakery, tra i sacchi di farina e i forni accesi, con un grembiule al posto dell'abito bianco e con le mani appiccicose e sporche di impasto. Ma come chi e' costui? E' Jim, quello famoso, quello del PSI, il Pane Senza Impastare che da qualche anno spopola sui foodblog di tutto il mondo, reso celebre da un articolo e da un video di Mark Bittman del NY Times. Ecco, avete capito, proprio quello li'.

Ho visitato la Sullivan Street Bakery la scorsa settimana nella speranza di incontrarlo, ma che illusa! Dimenticavo che tutto e' fatto senza impastare, e quindi probabilmente il mio caro Jim se ne stava bello tranquillo su una spiaggia caraibica mentre il pane, le stecche e le ciabatte lavoravano da sole.
In compenso mi ha fatto una sorpresa. Finalmente anche lui si e' fatto furbo, e dopo aver visto la sua ricetta girovagare all'impazzata per l'etere diventando leggenda, ha deciso che fosse giunto il momento di dargli una paternita' ufficiale. E cosi' e' arrivato sugli scaffali il suo libro, My Bread, The Revolutionary No-Work, No-Knead Method, una collezione di ricette per i panettieri pigroni come me, non solo il celeberrimo PSI gia' testato piu' volte, ma anche ciabatta, pane al formaggio, panini con la pancetta, pane al cocco e cioccolato, pane irlandese alla Guiness, pane al mais, pizze e focacce. Il libro mi ha accolto in primo piano proprio all'ingresso della piccola bakery. E come facevo a resistergli? Lo so, lo so, avevo promesso basta con i libri (anzi, se non ricordo male, avevo addirittura promesso di mettere in vendita quelli che gia' posseggo), ma un piccolo strappo alla regola, per Jim si puo' fare, no?

Avete mai avuto un tuffo al cuore aprendo il forno a cottura ultimata? E' quello che mi e' successo stamattina quando ho sfornato queste stecche. Non ci potevo credere, cosi' gonfie, profumate e irresistibili. Il tutto per 15 minuti di lavoro.
Signor Lahey, mi vuole sposare? Adesso so fare anche le Sue stecche, domani provero' il pane alle noci, prossimamente Le concedero' pure la pizza, se non e' amore questo!

Sullivan Street Bakery
Sullivan Street Bakery
533 W 47th Street
New York, NY 10036
Tel: (212) 265-5583



La Stecca Senza Impastare
per 4 stecche

farina forte 455 gr.
acqua fredda (12-18 gradi C) 350 gr.
sale 3 gr.
zucchero 3 gr.
lievito secco 1 gr.
olio di oliva, sale grosso
farina o crusca per spolverare


In una larga ciotola, mescolare farina, sale, zucchero e lievito. Unire l'acqua e mescolare con la mano o con un mestolo di legno finche' gli ingredienti sono appena amalgamati a formare una palla umida e appiccicosa (bastano circa 30 secondi). Coprire la ciotola con pellicola e lasciare riposare a temperatura ambiente finche' l'impasto e' raddoppiato e la superficie e' coperta di bolle (12 - 18 ore circa).
Spolverare abbondantemente di farina la superficie di lavoro. Rovesciarvi sopra l'impasto, piegarlo su se stesso un paio di volte e poi dargli la forma di una palla un po' appiattita, tenendo la "cucitura" verso il basso (se avete qualche dubbio circa le pieghe, guardatevi il video del Pane Senza Impastare, qui). Mettere un panno da cucina sul ripiano, cospargerlo di crusca o farina e disporvi sopra la pagnotta. Spennellare la superficie di olio di oliva e cospargere di sale grosso. Se l'impasto e' appiccicoso, spolverarlo ancora con un po' di farina o crusca. Richiudere sopra di esso il panno e lasciarlo lievitare ancora per una o due ore. Dovra' circa raddoppiare. L'impasto e' pronto quando, affondando un dito, mantiene l'impronta senza ritornare indietro.
Circa mezz'ora prima della fine della seconda lievitazione, accendere il forno e portarlo a 250. Ungere una teglia di circa 30x45 (io l'ho semplicemente rivestita di carta forno, senza ungerla d'olio). Dividere l'impasto in 4 parti, e con delicatezza allungare ogni pezzo formando una stecca della lunghezza della teglia. Disporre le stecche parallelamente, distanziandole circa 1.5 cm l'una dall'altra. Spennellarle di olio e cospargerle ancora con del sale grosso.
Cuocere nel forno caldo per 15-25 minuti, finche' la crosta e' dorata. Far riposare le stecche nella teglia ancora per 5 minuti, poi disporle su una grata e farle raffreddare completamente.