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Manifesto di un Animo Vintage

lunedì 25 marzo 2013
Go Vintage

È possibile avere nostalgia di un mondo che non hai mai conosciuto?
~ Ernesto Guevara de la Serna, I Diari della Motocicletta

Io ho l'animo vintage e questo post è il mio manifesto.
Faccio parte di un gruppo di blogger nostalgici e retrò, quei romantici del web che potrebbero piangere di fronte a una fragolina di bosco, un fumetto di Tiramolla o un foglio di Trasferelli, gente che se fosse per loro scriverebbe ancora con le stilo a cartucce e scambierebbe volentieri tutti i gigabyte del mondo per una soffitta piena di ricordi.
La mia realtà sognante è un mondo fatto di juke-box a gettoni, frappè alla vaniglia e sottogonne di tulle color rosa confetto. Ritrovo fiducia nella vita e nella gente alla scoperta di una ricetta scritta a mano dentro a un quaderno a quadretti ingiallito, e se penso ai regoli, a Mazinga Zeta o alla tabellina del cinque mi sale l'acqua ferrarelle allo stomaco.
Io credo di essere nata vintage. Non è un pregio e non è un vanto, sono cresciuta guardando Happy Days ed è stata la mia condanna. A dodici anni già la sentivo, quella nostalgia per un mondo mai conosciuto, e durante la mia pseudo-adolescenza, nei famigerati anni '80, mi sottraevo al paninarismo avanzante grazie alle torte di riso della nonna e alle canzoni di Simon&Garfunkel, che di canzoni ormai non ne scrivevano più. Quando Madonna è diventata Who's That Girl, io la volevo Like a Virgin, e ho vissuto come un trauma il tramonto dell'innocenza di Sandy e la fine dell'anno scolastico nel film Grease.
A diciassette anni avevo nostalgia dei Compagni di Scuola e avrei voluto anche io un motorino, non per andare in centro o in sala giochi, ma per volare di poco indietro nel tempo, vestire eskimo e striscioni e cantare in coro Dio è morto credendoci davvero.
Oggi mi innamoro a casaccio di oggetti e persone con una storia e un passato pesanti, la ruggine mi fa quasi tenerezza e potrei fare follie per una serata in cabriolet da trascorrere al drive-in.
La fine delle cose, gli arrivi e le partenze in una stazione di provincia, il mese di settembre e il colore delle nuvole al tramonto mi avvolgono di una sensazione umida, palpabile e pungente, che alcuni chiamerebbero 'malinconia'. Ma non è sempre un fatto triste, a me sembra piuttosto come quando si giocava a nascondino e si andava sicuri e orgogliosi del proprio rifugio nel tunnel segreto: è lo stesso sapore caldo e molle di un biscotto nel caffelatte, il sollievo confortante di un tana libera tutti, o la freschezza gentile del Vic Sinex sul petto in un pomeriggio di raffreddore passato sotto le coperte.
Sono fatta così, chissà, forse sono nata con l'orologio all'indietro e mi ritrovo adesso catapultata in uno stato di perenne sfasamento emotivo: mi piace la nebbia, mi piacciono i ricordi belli o tristi, i lecca-lecca tondi a righe e le istantanee Polaroid.
Non c'è niente da fare, ho l'animo vintage e mi rassegno all'evidenza. Questo post vuole essere solo il mio manifesto, il mio dolce al limone senza ricetta, scritto e sfornato per tutti quelli come me, capaci di commuoversi di fronte a un paiolo ammaccato, una nugatina croccante o l'eroica sopravvivenza di un cinema di periferia.

With vintage <3

Pura e Semplice

giovedì 30 settembre 2010


Dedicato a tutti quelli che hanno un sogno. A quelli che non l'hanno mai abbandonato, e a quelli che ancora lo stanno cercando. Qualunque esso sia.
...per la serie, a volte ritornano.

“Ho iniziato ad andare spesso in Italia con la mia famiglia, e poi, quando sono diventato grande abbastanza, ho iniziato ad andarci spesso per conto mio, fino al punto in cui ci andavo anche tre o quattro volte all’anno. E panificare e’ diventata un’ossessione. E’ una cosa cosi’ difficile, ogni piccolo particolare puo’ cambiare il risultato: il tempo, il tipo di acqua, la farina, ogni farina e’ diversa, il modo in cui viene macinata, il periodo dell’anno, il modo in cui funziona il forno”.
“Mi ci sono immerso a tal punto, che mi sono perso nell’idea di diventare bravo a farlo. Mia nonna ha avuto una grandissima influenza su di me, e anche mia madre. E pure la musica, soprattutto il punk rock, quello duro. Mi parlava e mi faceva sentire meno solo”.
“E’ proprio saperlo fare con la consapevolezza di ogni dettaglio, significa proprio essere consapevoli e spingere fino in fondo”.
“Ho deciso di aprire un locale a New York City. Da giovane e’ sempre stato il mio obiettivo. Ho iniziato a mettere da parte un po’ di soldi qua e la’, e alla fine, dopo sei mesi passati a cercare, ho trovato un locale nell’East Village, ho firmato il contratto e ho iniziato i lavori”.
“Quando da bambino andavo a Napoli e mangiavo la pizza…non c’era una cosa simile in America. Quando andavi a Napoli e camminavi lungo quelle viuzze sul retro, e andavi in queste pizzerie dove c’erano questi forni a forma di alveare rivestiti di piastrelle piccolissime, e un fuoco violento che veniva fuori dalla bocca del forno, e questi con nonchalance che facevano scivolare dentro e fuori l’impasto come nulla fosse... Ed era umida e coperta d’olio, ma senza tanti ingredienti, l’attenzione era sempre sull’impasto”.
“Ogni libro che e’ stato scritto negli anni ’70 e ’80, io l’ho letto. Se parlava di panificazione, di Napoli, o di pizza, io l’ho letto da cima a fondo almeno cinque volte! Mi sembrava cosi’ incredibile fare qualcosa con cosi’ pochi ingredienti, e creare cosi’ tanti livelli di sapore e poterla fare diversa ogni giorno. Per me, questa e’ creativita’. Invece di avere tutte queste scelte, e olive, e peperoni, e salsiccia, etc etc….E io pensavo ma se sono gia’ cosi’ stressato e gia’ voglio diventare esperto di questa unica cosa che cambia continuamente ogni giorno, e perfino nel corso dello stesso giorno, ma perche’ mai dovrei voler avere a che fare con qualcos altro? E’ molto piu’ facile fare una cosa, inclusa la pizza, mettendoci sopra tante schifezze, o aggiungendo di piu’ per mascherarne la verita’ e la semplicita”.
“Quando si entra nel mio locale, e’ praticamente come entrare nel mio salotto. Tutto quello che si vede l’ho costruito con le mie mani, tutto quello che e' appeso ai muri e’ fatto dalle persone a cui tengo, e a parte questo, il prodotto che servo e’ tutto cio’ che sono capace di offrire”.
“Ogni giorno vedo qualcosa di nuovo, imparo qualcosa di nuovo. Faccio questo lavoro da 21 anni, e sto ancora combattendo, sono ancora alla ricerca. Il mio universo e’ costantemente in espansione, perche’ sono perso dentro all’ universo che io stesso mi sono costruito”.
(A. Mangieri, Pure and Simple)

Una Pizza Napoletana

Foto tratta dal sito di Una Pizza Napoletana

New Kid On The Block

venerdì 5 marzo 2010
Anthony Mangieri
Foto tratta da San Francisco GrubStreet


Un angelo anonimo mi ha rallegrato la giornata. Leggete qui e capirete perche'.

Se non lo ricordate, lui e' Anthony Mangieri, quello che mi ha rubato il cuore con la sua pizza Filetti una sera d’autunno di qualche anno fa. Eravamo a New York ed e’stato amore a prima vista (da parte mia se non altro...).

Come si fa del resto a non cadere di fronte a un uomo che dichiara:

There are some people in America that are trying to make buffalo mozzarella [...] and I love the fact that they’re doing it. I really wanted to use it, to support it, but the taste...it’s just not there. It just doesn’t have the magic that the buffalo mozzarella does from Caserta or Battipaglia outside of Naples.

C'e qualcuno in America che sta provando a fare la mozzarella di bufala [...] e sono contento che lo facciano. Davvero, io vorrei veramente usarla e sostenerne la produzione, ma il sapore...semplicemente non c’e’. Semplicemente, non ha la magia della mozzarella di bufala prodotta a Caserta o Battipaglia appena fuori Napoli.

TRIPLO HURRA’ per Anthony! Prossimamente sulle strade di San Francisco...

Caesar Salad

domenica 31 gennaio 2010
Caesar Salad

E diamo a Cesare quel che e' di Cesare: un paio di acciughe, aglio, parmigiano, un uovo, limone e olio extravergine. E Cesare dal suo frullatore ci tira fuori una delle insalate piu' gettonate, imitate e - ahime' - abusate di tutta la California (e non solo). Per me e' stata una vera e propria rivelazione, mi ha conquistato piu' o meno appena varcato il controllo dell'Immigrazione, e ancora oggi credo di esserne una delle piu' grande fan. Possibile? Eccome no:

I Love CS
(Cortesia del Caesar Salad Fan Club, sede legale One Girl's Kitchen)


La Caesar Salad fa tanto California, ma - udite udite - il suo inventore e' un tal Cesare Cardini, nato in Italia e poi emigrato negli Stati Uniti all'inizio del secolo scorso. Cesare (ormai diventato per tutti Caesar) apri' un ristorante a San Diego e uno a Tijuana, Messico, e si racconta che la sera del 4 Luglio del 1924, trovatosi tragicamente con la dispensa vuota, decise di improvvisare e offrire agli ospiti un famoso Piatto dello Chef. Pane vecchio, uova, olio, parmigiano e limone, chi e' che non ha questi ingredienti a disposizione nella sua cucina? Caesar si limito' a combinarli alla meno peggio e quello che salto' fuori fu invece una vera chicca. Mi chiedo perche' a me non vengono mai in mente queste genialate.

Per dovere di cronaca devo dire che la ricetta iniziale, quella del 4 luglio 1924, non aveva l'acciuga. E aggiungo anche che quando l'ho scoperto mi e' quasi cascato il mondo addosso. Secondo la versione originale il sapore di acciuga dovrebbe venire solo dalla salsa Worcestershire (che contiene anche l'acciuga fra i suoi ingredienti), ma evidentemente nel corso degli anni qualche chef temerario si e' voluto intrufolare nella corsa al successo della Caesar Salad, e ha pensato bene di aggiungere al condimento qualche filetto di quella vera.
Di conseguenza ancora oggi il Caesar Salad Fan Club si divide in due: quelli che L'acciuga? No grazie, e quelli che invece non ne possono fare a meno. Io faccio parte del secondo gruppo.
Caro Cesare, chiedo venia.


Caesar Salad

Per il condimento
uovo 1
succo di limone 2-3 cucchiai
filetti di acciughe sott'olio 1
aglio 1 spicchio
olio extravergine di oliva 60 ml (1/4 di tazza)
salsa Worcestershire 1/2 cucchiaino piu' qualche goccia
parmigiano grattuggiato 3 cucchiai
sale, pepe q.b.

Per i crostini
pane casereccio raffermo q.b.
olio, aglio

Per l'insalata
cuori di lattuga romana q.b
scaglie di parmigiano, pepe nero macinato fresco


Prima di tutto, preparare i crostini. Tagliare il pane a cubetti piu' o meno regolari, disporli sulla placca del forno e farli tostare a 180 per circa 10-15 minuti, rigirandoli ogni tanto finche' sono leggermente coloriti su tutti i lati. Far raffreddare. Schiacciare uno spicchio d'aglio e lavorarlo con un pizzico di sale e un goccio d'olio fino a ridurlo in crema. Scaldarlo in una padella con un altro cucchiaio di olio, unire i crostini e farli insaporire. Alternativamente, si possono anche condire i crostini con aglio tritato, olio e sale prima della cottura in forno ed evitare il secondo passaggio in padella. Ma dato che i crostini si mantengono a lungo in una scatola di latta, preferisco averne una scorta "neutra" in modo da poterli utilizzare anche in maniera diversa.

Per il condimento, cuocere l'uovo per un minuto in acqua bollente e raffreddarlo immediatamente sotto l'acqua fredda. Romperlo nella ciotola del mixer unendo acciuga, aglio, succo di limone, salsa Worcestershire, parmigiano, olio, sale e pepe. Frullare fino a che si ottiene una salsa cremosa e omogenea. Assaggiare e aggiustare il condimento di conseguenza (Piu' facile a dirsi che a farsi, devo dire la verita'. Per quanto semplicissimo, il problema del Caesar Salad Dressing e' proprio quello di trovare il giusto equilibrio tra gli ingredienti, non deve sapere troppo di acciuga ne' troppo di limone, l'uovo e il parmigiano servono per dare cremosita' e l'olio non deve predominare su tutto il resto. Molto vaga come descrizione, lo ammetto... pero', dai, ci ho provato!).

Per comporre l'insalata secondo i dettami di Cesare, bisogna usare solo il cuore croccante della lattuga romana, scartando tutte le foglie esterne e le parti piu' scure (pero' buttarle proprio no, eh, magari tenetele da parte per una versione meno fondamentalista della Caesar, un po' come quella ritratta qui sotto). Altra regola sarebbe quella di presentare le foglie intere sul piatto, anche se a tutt'oggi conosco solo due posti in cui lo fanno, qui e qui (non a caso si contendono il titolo di Miglior Caesar Salad di San Francisco). Si racconta anche che da Cesare si usasse mangiare l'insalata con le mani, foglia per foglia. Yum....I like that! In ogni caso, intera o tagliuzzata, basta condire la lattuga con la salsa, unire qualche crostino di pane e spolverare con scaglie di parmigiano e pepe nero macinato fresco.
Se volete iscrivervi al Fan Club, fate un fischio.


Caesar Salad

"This isn't the real Caesar Palace, is it?"
"What do you mean?"
"Did...ehm...did Caesar live here?"
"Ehm...no!"
"I didn't think so!"

(Z. Galifianakis, riferendosi al famoso casino' di Las Vegas, The Hangover, 2009)

Avvertenza: la citazione c'entra come i cavoli a merenda (o meglio, come le acciughe nella Caesar).

Pizza Obsession

martedì 12 gennaio 2010
I love this guy. Vi ricordate?




MY PIZZA & ME
Estratti da un'intervista

[..]
To make pizza in a wood oven good, there is so much attention that needs to be paid, constantly be aware of how each pizza is baking, if you need to add wood, if you need to not add wood. And you just see where the hot spots are in the oven and just keep pushing it throughout the night. I mean that takes years and years and years to learn and it takes a 100% dedication throughout the night and focus.

Me, the guy that works in the kitchen, and the waiter, the three of us, that’s it. We did every single thing in here, tiled the floor...The counter here I designed it and had a woman in Chinatown weld it. I actually put the marble on top of it.

You know, we get people to come in, like last week, some woman was like Oh, the dough doesn’t taste the same. What are they doing?, and the waiter is like Who’s THEY? There is no they!
So I would hope that when people come in here, they really try to open their eyes and open their mind and see that...you know what?...you might not like the waiter, you might not like me, but I just hope that you come in and you see that we really don’t compromise and that we really do care and we’re not trying to get anything over on anybody. It’s the truth, it’s not done in any way but with love [...].

[...]
On the menu we have just four kinds of pizza.[...] They are basically all the same, they all taste really different though.
[...]
It’s not that I am against other toppings on the pizza, it’s that I feel like once you open that door, then there is no limit. Honestly, I don’t know how you can control all those different elements and have them be of a high quality. I wish that I could grow everything myself and control them from start to finish, but I can’t.
I mean, I think you start to loose a grip on the quality of everything little by little by little, and also, more importantly, the taste, you know, it’s really difficult to have something taste beautiful, interesting, and, you know, make you wanna come back again and again, and crave a taste for when there is like, four ingredients in it.

[...]
None of these old time pizzerias in New York City, in my opinion, make good pizza, not one of them. They all stink. You know, they learned how to make it 30 years ago and if anything changes or ingredients change over time, they don’t even know why, they just keep rolling with it. It might have been good when the original guy started it, and he was doing it to survive and it was his life, but at this point...pfff...
The pizzerias that are newer in the city, too, the same thing, I mean you know they have multimillionaires back and they get some guy that make pizza..., you know, and maybe the guys are from Italy...Whoopee. If you ever see anybody in America that says that they’re from Naples and they are a pizza maker... if they were making pizza in Naples, they were making it at a rest stop on the Autostrada, because, if you’re a pizza maker in Naples, you have the best job in the city, it’s like one of the highest paid jobs, they’re super respected and they are in demand. They are not gonna come to America to make 10 bucks an hour and work 15 hours a day and be treated like a third class citizen.

I’ve had four ovens...actually, I think I’ve had five, ‘cause I had one in my backyard that me and my father built. That was my first one, and we built that after I was trying to make pizza on the floor of the fireplace in the living room...and that didn’t work too well either.

You can’t make, in my opinion, the same flavor with coal or with gas, There is nothing beautiful about it. The heat from a coal oven is not gentle; it’s very dry and very overpowering. With a brick oven you have the heat from the fire, the direct heat from the fire, you have the hot air and then you also have the floor and the walls all being hot.
I opened here and had a guy from Naples build me an oven. When he finally finished it and as soon as I fired it up, I knew that it wasn’t built right. It’s a shame, I mean, it cost a ton of money. It was still better than any other oven that I had. It took us two days to get it out with a sledgehammer. We ripped the front of the store off, I ripped all the walls out so that I could get everything out of here, threw the oven in the dumpster, and got another one.
The oven that I have now is the oven that I wanted since I was a little kid. I went to Italy in April of last year, and went and met this man that built this oven in Naples. [...] Every element of the oven works perfectly together, [...]every single detail is perfection. [...] I am so happy with it, it’s really beautiful.

The taste of the dough, the whole structure in the crust, it should have like a sweet kind of smell, it shouldn’t smell of yeast, it should smell of the wheat. The ingredients on the pizza, it should be lightly topped, everything should be kind of an even balance, you know, and playing off each other. There shouldn’t be where, you know, you hide the dough with - like - ricotta, pesto, black olives and everything else under the sun. That’s of mediocre quality, there should be beautiful dough, baked properly, with some seasoning and that’s how you can tell – to me – a good pizza.

The hardest to source is the buffalo mozzarella. [...] There is always a problem, at least once a month it doesn’t come for one week, dates are falsified. It depends who you know in Italy, how they stamping it...
Even when the buffalo mozzarella is not at its freshest, it still melts differently, and looks different on a pizza than fresh mozzarella, which is called fiordilatte in Italy.
When you take it out of the oven, the pizza looks like it has some life, it’s shiny, it’s glistening, the cheese usually has these beautiful little shades of a little bit of greenish to it.

There are some people in America that are trying to make buffalo mozzarella, but I’ve tried both of them, there is one in California and one in Vermont, and I love the fact that they’re doing it, I really wanted to use it, to support it, but the taste... it’s just not there. It just doesn’t have the magic that the buffalo mozzarella does from Caserta or Battipaglia outside of Naples.

Il Pane di Hide

mercoledì 9 dicembre 2009
Pane di Hide

Ho deciso. I miei prossimi 42 km saranno a Big Sur. Lo scrivo qui perche' in questo modo mi sento obbligata a mantenere la promessa ed evito che mi vengano strane idee, tipo quella di tirarmi indietro all'ultimo minuto. Qualcuno dice che sia una delle piu' belle maratone degli Stati Uniti, non famosa come New York o Boston, ma sicuramente piu' scenografica per il percorso che si snoda lungo uno dei piu' bei tratti di costa del Pacifico.

Che c'entra questo con la girl in the kitchen, direte voi? E' che proprio meditando su Big Sur, mi e' venuta in mente questa ricetta, che tempo fa avevo segnato col solito post-it giallo in modo da poterla provare al piu' presto. L'ho trovata in un libro bellissimo, The Big Sur Bakery Cookbook, uno di quelli che ti vengono suggeriti dal Grande Fratello Amazon, e che all'improvviso ti sembra di dover assolutamente possedere.
E' una sorta di diario culinario di un piccolo ristorante/caffe', nascosto dietro a una stazione di benzina lungo la Highway 1. La storia di quattro amici che decidono di lasciare l'atmosfera glamour e impossibile di Los Angeles per costruire il loro sogno in mezzo alla natura. Con tutte le fatiche del caso, come l'elettricita' che puo' mancare per giorni quando l'unica linea che collega Big Sur a Carmel decide di guastarsi, il senso di soffocamento che a volte colpisce vivendo in una comunita' di poche centinaia di persone, o i rischi finanziari di gestire un business che si nutre essenzialmente di turismo.

Come al solito, la prima ricetta che mi ha colpito e' quella di un pane, anche se in questo caso non si tratta di un lievitato, ma piuttosto di una via di mezzo tra il soda bread irlandese e gli english muffins (che, badate bene, sono tutta un'altra cosa rispetto ai muffins, e sono invece piu' simili agli scones inglesi, i quali a loro volta non sono da confondersi con gli scones americani...che confusione... direi che e' meglio fermarsi qui altrimenti la parentesi sfonda in un altro post).
Insomma vi avverto, questi insoliti panini, quintessenza della California zen e salutista, non sono per tutti. Intendo dire che non vanno bene per il classico pane e salame, hanno la crosta dura e croccante e l'interno molto denso e ricco di semi che scricchiolano con piacere sotto ai denti. Vanno assolutamente tagliati in due e tostati per bene prima di essere consumati, proprio come gli english muffins (che non sono come i muffins!!...), e sono il massimo a colazione spalmati di marmellata e accompagnati da una bella tazzona di caffe' senza fondo.
Adesso sono sicura. Prossima tappa, Big Sur.


Il Pane di Hide
per circa 8 panini

farina 375 gr.
semi di lino 50 gr.
semi di sesamo 40 gr.
fiocchi d'avena 120 gr.
semi di girasole 25 gr.
semi di miglio, amaranto, quinoa o papavero, oppure un misto fra questi 50 gr.
sale la punta di un cucchiaino
bicarbonato di sodio 1/2 cucchiaino
birra 60 ml.
latticello, latte o acqua 350 ml.


La ricetta l'ho divisa a meta', la dose originaria e' per 15 panini di circa 10 cm di diametro.
In una larga ciotola, mettere tutti gli ingredienti secchi e mescolare. Fare la fontana nel mezzo e unire la birra e il latticello (o l'acqua e/o il latte). Mescolare con le mani o con un mestolo di legno finche' tutti gli ingredienti sono amalgamati e formano un impasto denso e umido. Cospargere la supericie con un po' di farina e rovesciare l'impasto sul piano di lavoro. Dargli la forma di un salame di circa 5 cm di diametro, quindi tagliarlo a fette spesse 3 o 4 cm. Appiattirle leggermente con le mani e metterle su una teglia rivestita di carta forno. Cuocere a 180 per circa 45 minuti, finche' la superficie e' dorata. Lasciare raffreddare completamente. Prima di servire, tagliare i panini a meta' e tostarli per bene, mi raccomando.

Una Pizza Napoletana

domenica 25 ottobre 2009
Anthony Mangieri
Foto tratta dal sito ufficiale del New York Times


Anthony Mangieri, chi era costui?

C'era una volta un pizzaiolo integralista, uno di quelli che non sono disposti a scendere a compromessi, niente mozzarelle da quattro soldi, niente lieviti artificiali, niente pummarole pronte. Anthony Mangieri aveva un sogno, inseguito per anni come il Santo Graal: capire il segreto della pizza, sviscerarlo, farlo suo per poterlo poi offrire al resto del mondo. Anthony Mangieri sapeva che la pizza napoletana e' un affare serio, una magia da conquistare con pochi ingredienti, ma tutti di ottima qualita'. Niente trucchi, niente aggiunte superflue: sale, acqua, farina e lievitazione naturale. Pomodoro, mozzarella, olio e basilico. Prendere o lasciare. Al bando tutti gli extra, a che servono?

Una sfida mica da poco, in un mercato dove il consumatore viziato e' abituato a chiedere e ottenere quello che vuole: pizza alta, bassa, quadrata o tonda, col pesto o con il pollo, bruciacchiata o mezza cruda, con l'ananas o il prosciutto, oppure tutto insieme, dimmi cosa vuoi e ti accontentero'. Pseudo pizzerie e pizze al taglio in ogni angolo, prezzi da fast food, con chi mai pensava di mettersi in competizione?

Una Pizza Napoletana era tutto fuorche' la classica pizzeria americana. Gia' a leggere il cartello affisso sulla porta, si capiva che c'era qualcosa di strano:

"Aperto dal Giovedi' alla Domenica
Dalle 5 fino a che finisce l'impasto"


E' uno scherzo? Come sarebbe a dire dal giovedi' alla domenica? E quelli che per caso vogliono una pizza di mercoledi', che fanno? E poi siamo negli USA, come si permette Lei di chiudere per riposo? E cosa e' questa storia che l'impasto puo' finire? No, no, no, non e' possibile, l'impasto non finisce mai. Finche' ci sono clienti, ci deve essere impasto, non importa se non e' ancora giunto a lievitazione e se in realta' e' quello programmato per domani. Si usa e basta, che differenza fa?

Quando poi andavi a leggere il menu, non sapevi piu' che pensare: Anthony era un visionario oppure era semplicemente un pazzo. Una Pizza Napoletana offriva quattro pizze, tutte quante variazioni sul tema: Marinara, Margherita, Bianca e Filetti (con aggiunta di pomodorini tagliati a pezzi). Un gioco di scambio tra gli stessi ingredienti, pomodoro, mozzarella, olio e basilico. Niente di piu'. Quattro pizze. Nessuna insalata, nessun antipasto, stuzzichino o finger food. Nemmeno il dessert. La pizza come religione, una fede integralista a cui Anthony faceva un'unica concessione, del vino rosso campano da servire in caraffa.

Nella pratica, il suo delirio visionario equivaleva a un suicidio commerciale, una firma per attirarsi le critiche e i dissensi del popolo affamato. Ma come, cosa vuol dire non posso fare aggiunte? E non avete nemmeno i pepperoni (tipo di salamino piccante, ndr)? La prossima volta ci pensero' bene prima di aspettare qui per mezz'ora... E invece la pizza ti arrivava bella come mai, rotonda, profumata e fumante. E tutta intera, come e' giusto che sia, non gia' tagliata a spicchi o divisa a meta', alla moda americana. A ognuno la sua pizza, perche' in casi come questi e' giusto essere egoisti.

E poi c'era quella storia degli ingredienti, tutti rigorosamente di importazione e selezionatissimi, scelti con un'ossessione quasi maniacale: farina biologica, pomodori San Marzano DOP, sale marino della Sicilia, olio extravergine che pareva una spremuta di olive, bufala campana freschissima.

Chi vuol capire, mi seguira', a tutti gli altri rimarranno le infinite altre pizzerie di NY. Chi voleva capire frequentava quel minuscolo locale dell'East Village come fosse un tempio, con l'adorazione e il rispetto che si porta verso il Sacro. I hope, Ho Fede, come Anthony si era fatto tatuare sulle dita delle mani. Chi voleva capire, non avrebbe piu' rinunciato a quel forno a legna per nessun'altra pizza di Manhattan.

Anthony Mangieri evidentemente non era pazzo, e questa storia della pizza hard-core l'aveva vista giusta. La sua insana ossessione per Napoli, lui che era nato nel New Jersey e a Napoli non ci era mai stato, l'aveva portato sulla strada giusta. Eppure, all'apice del successo e della carriera, Anthony Mangieri ha preso coraggio e ha deciso che quel sogno dell'East Village era giunto al termine. Era ora di lasciare spazio a qualcun altro. Una Pizza Napoletana ha chiuso pochi mesi fa, da un giorno all'altro, con un semplice messaggio di ringraziamento al pubblico per il supporto e l'amore che gli ha dimostrato in 5 anni.

Ma chi conosce Anthony Mangieri, sa che uno come lui, a 40 anni, non puo' aver rinunciato a sognare: I want to make a change, man, racconta all'inviato del Diner's Journal, il blog del NY Times dedicato alla ristorazione di qualita'. I’m almost 40. I’ve lived my life between New Jersey and this neighborhood. If I don’t do this now, then when?

E vuoi vedere che...